Roseto, dove il rito del basket è diventato un coprifuoco
A Roseto il basket non è un semplice passatempo, è l’ossigeno della domenica. Non è un semplice sport, è un codice genetico, il punto esatto dove la canzone del mare si confonde con il rimbalzo del pallone. Oggi, però, quel legame è stato reciso dal colpo secco di un timbro burocratico. Il Prefetto ha calato il sipario: anche Roseto-Pistoia si giocherà nel vuoto di un palazzetto deserto, in un silenzio che farà più rumore di quattromila fischietti.
LA CATTEDRALE TRADITA
Hanno spento la luce.
Hanno scelto il pugno di ferro, trasformando quello che dovrebbe essere un rito di popolo in una colpa collettiva.
Si parla di sicurezza, certo, e nessuno mette in dubbio che la sicurezza sia un valore da tutelare.
Eppure ci si chiede, legittimamente, se tra la piena apertura e le porte sbarrate non esistesse una via di mezzo come settori ridotti, presenza rafforzata, misure graduali.
Le indiscrezioni dicono che domenica, contro Pistoia, potrebbe essere solo l’inizio, e che il provvedimento potrebbe estendersi anche alla partita contro Rieti e a chissà quante altre ancora.
Se così fosse, sarebbe un crescendo di porte sbarrate che toglie l’aria a una piazza che di basket vive.
LO SFORZO E LO SCHIAFFO
C’è qualcosa di profondamente amaro nel vedere questa serrata proprio ora.
La società sta compiendo uno sforzo economico titanico, gettando il cuore oltre l’ostacolo per onorare il blasone rosetano.
È come se un armatore avesse riparato la sua nave con i legni più pregiati, solo per sentirsi dire che non potrà mai lasciare il porto.
Uno sforzo calpestato da un’ordinanza che, nella sua applicazione totale, non riesce a distinguere tra il facinoroso e il nonno che prende per mano il nipote per portarlo a vivere il rito cestistico domenicale.
LE PROTESTE DEGLI APPASSIONATI E I SILENZI DELLE ISTITUZIONI
“Ho buttato i miei soldi per l’abbonamento”, scrive una tifosa, ed è il grido della gente perbene.
“Perché devo pagare io? Perché scatenare questa guerra tra poveri?”
È la domanda che resta sospesa, senza che nessuno si degni di rispondere.
La sensazione dei “due pesi e due misure” non è un’invenzione, è il frutto naturale di una decisione calata dall’alto senza spiegazioni.
Quando le istituzioni non comunicano chiaramente le ragioni di una scelta così drastica, quando non si illustrano le alternative valutate e scartate, quando non si distingue tra misure graduali e chiusura totale, è inevitabile che i tifosi si chiedano se altrove si sarebbe fatto diversamente.
Non è un’accusa, è la domanda legittima di una comunità lasciata senza risposte.
E LA POLITICA LOCALE?
Fino a questo momento non ha fatto sentire la sua voce in modo pubblico e inequivocabile.
Se poi lo ha fatto nelle stanze private, nessuno lo sa.
Ed è già questo un problema.
Si preferisce, forse, la penombra delle stanze del potere alla luce di una presa di posizione netta e chiara.
Non disturbare il manovratore sembra essere l’unico schema di gioco rimasto in mano ai nostri rappresentanti.
IL BUIO OLTRE LA SIRENA
Chiudere il PalaMaggetti non è solo un atto amministrativo, è una ferita identitaria.
Significa dire a una città intera che la sua passione è pericolosa, che i suoi sacrifici non contano, che il suo amore per un pallone a spicchi è diventato una colpa.
Domenica, quando la palla a due si alzerà nel vuoto di un palazzetto ancora una volta deserto, a perdere non sarà solo una squadra sul campo.
A perdere sarà lo sport, la coerenza delle istituzioni e quella politica che, restando muta, ha firmato la resa di una comunità intera.

