Jalen Cannon, il leader silenzioso che non ha mai cercato scuse
Di solito non parlo dei singoli. Il basket è un gioco collettivo, generoso e spietato allo stesso tempo. Ci si salva insieme o si affonda insieme, e non esistono eroi solitari che tengano.
Ma ora che la polvere si sta per posare, sento il dovere, non l’impulso romantico, proprio il dovere, di fare un’eccezione.
Perché c’è un uomo che questa città non sempre ha trattato come meritava.
E io non me lo perdono.
Parliamo di Jalen Cannon.
C’è un vecchio trucco che i frequentatori di palazzetti conoscono fin troppo bene.
Quando le cose vanno male, si cerca sistematicamente un capro espiatorio, possibilmente straniero, preferibilmente americano.
Perché lui è comodo: arriva col contratto, riparte col contratto, e nel mezzo porta troppo spesso il peso delle mancanze altrui.
È una legge non scritta dello sport, della vita, e anche di quell’angolo sabbioso e appassionato del mondo che è Roseto degli Abruzzi.
Quest’anno di cose storte ne sono andate parecchie.
Abbiamo vissuto una stagione che sembrava scritta da qualcuno col gusto della crudeltà, tra infortuni, sconfitte, squalifiche, cambi di allenatore, decisioni arbitrali che avrebbero fatto imprecare un santo, e quel fatalismo tutto rosetano che trasforma ogni palla persa nel presagio di una catastrofe.
Il PalaMaggetti, che nei momenti buoni è il posto più caldo d’Abruzzo, nei momenti peggiori diventa un tribunale senza difensore d'ufficio.
Jalen Cannon è un antidivo, non è il tipo di giocatore che trovate sui poster.
Non vi vende un sogno a rate, non accumula follower con una schiacciata per poi sparire alle prime difficoltà.
Se cercate i fuochi d’artificio fini a sé stessi, le statistiche gonfiate in vista del prossimo ingaggio, i gesti teatrali per conquistarsi la curva, avete sbagliato uomo, avete sbagliato articolo e, probabilmente, avete sbagliato sport.
Per me, è stato lui il vero MVP di questa stagione.
L’MVP occulto, quello che nessun algoritmo saprà mai pesare correttamente.
E lo è stato nei momenti precisi in cui nessun altro voleva esserlo.
Ricordate i mesi bui?
Quando il canestro sembrava stregato e la squadra non riusciva a trovare un’identità di gioco.
Quando la sfortuna ci bersagliava di continuo e persino il pubblico, quel pubblico meraviglioso e a volte spietato, come lo è solo chi ama davvero, cominciava a perdere la pazienza.
Un altro, al posto suo, avrebbe già preparato le valigie con tre settimane di anticipo.
Avrebbe cercato il colpevole nel compagno che non gli serviva il pallone o in qualcun altro.
Si sarebbe esibito nel repertorio classico della star incompresa.
Avrebbe fatto trapelare malumori tramite l'agente.
Avrebbe smesso di correre sui blocchi nei possessi che non lo riguardavano.
Jalen no.
Lui ha preso le batoste, le critiche ingenerose, i fischi di chi non capiva e forse non voleva capire, e se li è messi in tasca uno per uno, senza fare una piega.
Ha continuato a fare l’unica cosa che un professionista vero sa fare nel mezzo della tempesta: sudare e lavorare in silenzio.
Con una costanza che, a guardarla dall’esterno, poteva sembrare fredda, ma che era invece la forma più alta di rispetto per la maglia, per i compagni, per quella città che non sempre lo ha compreso.
Jalen è stato un leader senza megafono e il suo impegno è stato semplicemente ineccepibile.
Non nel senso burocratico del termine, non “ha fatto il suo” come un impiegato puntuale, ma nel senso più pieno e severo.
Dal primo minuto di sofferenza all’ultimo secondo dell’ultima battaglia, non si è mai sottratto.
Ha lottato sotto i tabelloni contro avversari più alti, più giovani, più riposati.
E arroganti.
Di fronte a un errore, anche non suo, non ha mai sbracciato per scaricare la colpa sui compagni o cercare alibi.
Ha vinto duelli che nessuno ricorderà, tenendo sempre botta.
Non si è mai arreso.
Non ha mai scaricato la frustrazione sugli altri con quella violenza sottile, quella silenziosa cattiveria che distrugge gli spogliatoi più dei ko sul campo.
Ha mantenuto una dignità professionale che, in un mondo di ego gonfiati, è diventata quasi una forma di ribellione.
È la leadership dei fatti.
Ripetuti.
Ogni giorno.
Quando fa male e nessuno guarda.
È l’unica forma di leadership che le persone serie riescono davvero a sopportare.
Adesso mancano quaranta minuti da dentro o fuori, la sfida salvezza definitiva dove non si fanno prigionieri e non si accettano sconti.
A prescindere da come andrà in campo, mentre c’è chi aspetta la giocata da “Top Ten” o la tripla da copertina per esaltarsi, io il mio brindisi anticipato lo alzo, senza ironia o riserve, per Jalen Cannon.
Lo "straniero" che non si è mai comportato da mercenario.
L’uomo che non ha cercato scuse quando le scuse erano lì, comode, a portata di mano.
Quello che, nell’ombra del suo lavoro quotidiano, non si è mai tirato indietro e che sputerà l'anima anche nell'ultimo possesso di questa stagione.
Un eroe solido.
Vero.
E maledettamente indispensabile.
"Thanks, Jalen. One more time, Jalen."

