Giovanni Proti: il garofano, la memoria e il futuro di Roseto
Incontro Giovanni Proti all’Hotel Liberty di Roseto degli Abruzzi, in quella che per molti è diventata una piccola agorà del confronto cittadino. Colgo la palla al balzo per scambiare alcune riflessioni tra memoria storica e attualità. Lui accetta di buon grado e, tra un caffè, un gelato e un ricordo, prende vita una bella chiacchierata.
Mentre parla, Giovanni accompagna ogni parola con gesti decisi, quasi volesse dare forma ai fatti e rimettere in ordine i pezzi di quella Roseto che ha visto crescere, mutare e, a tratti, smarrirsi.
Giovanni, tu hai visto passare sindaci, assessori e stagioni politiche intere. Se oggi dovessi dare un voto alla salute politica di Roseto, saresti un professore buono o uno di quelli che rimandano a settembre?
Accenna un sorriso sornione, incrocia le braccia e si appoggia allo schienale con la calma di chi non deve più dimostrare nulla a nessuno. «Dire che sono un professore buono è difficile» esordisce, e i suoi occhi brillano di una scintilla ironica che tradisce una vita passata tra i banchi del consiglio comunale. «Rimandare tutti a settembre mi metterebbe in imbarazzo, perché molti sono cari amici». Si ferma un istante, guarda verso il mare come per cercare ispirazione. «All'attuale amministrazione un sette lo darei volentieri, però», e qui la voce si fa più ferma, quasi solenne, «la stagione dell’oro resta quella dei socialisti, quella di Giovanni Ragnoli e Pasquale Calvarese. In quegli anni Roseto era un fiorire continuo di iniziative, dai tornei internazionali ai gemellaggi. La cosa più bella era che l’opposizione, pur essendo preparatissima, non remava mai contro per partito preso. Roseto e i rosetani venivano prima di ogni bandiera».
Cosa resta oggi del garofano socialista in una città che è cambiata così tanto?
Il volto di Giovanni si fa più serio, una mano va a sfiorare il mento in un gesto pensieroso. «Credo che resti purtroppo molto poco e mi sento uno degli ultimi testimoni di quella cultura». Scuote leggermente la testa, un movimento che tradisce un velo di amarezza. «Roseto pecca di memoria storica e la gente dimentica in fretta chi ha permesso lo sviluppo di questa terra. Ricordo ancora quando le mareggiate avevano devastato la costa e ad Ancona dicevano che non c'erano i fondi necessari per intervenire. Andammo a Roma dal ministro socialista Fabio Fabbri che, davanti a noi, alzò la cornetta e ordinò di finanziare immediatamente le scogliere. Il giorno dopo i soldi c'erano». Allarga le braccia, in un gesto di rassegnazione mista a stupore. «Eppure, persino un sindaco amato come Ragnoli, quando si candidò alle regionali, a Roseto prese solo quattrocento voti. La gratitudine in politica è un sentimento raro».
Un giovane Giovanni Proti durante un comizio elettorale del Partito Socialista Italiano (PSI)
C’è un angolo di Roseto che guardi e dici "qui avremmo potuto fare di meglio" e uno di cui invece vai fiero come se l’avessi costruito tu?
Socchiude gli occhi, visualizzando la mappa della città. «Viale Makarska è un’opera che non mi ha mai convinto, lì si poteva fare meglio». Poi, però, lo sguardo si illumina parlando dell'era Ragnoli-Calvarese e del peso che il Partito Socialista Italiano aveva in città, un consenso enorme che arrivò a toccare quasi il 38% dei voti, una delle percentuali più alte registrate in tutta Italia. «Vado orgoglioso del distretto sanitario, che portai a Roseto da presidente ASL strappandolo alla concorrenza dei comuni vicini. All'epoca della gestione ASL, insieme al sindaco Calvarese, riuscimmo a coinvolgere persino le opposizioni in un fronte comune per spingere affinché Roseto avesse questa struttura importantissima, un progetto da cui tutto è partito e che oggi si sta evolvendo in una nuova struttura a Roseto sud. È stata una stagione di realizzazioni imponenti. In soli cinque anni spendemmo quasi 32 miliardi di lire per le opere pubbliche, cambiando il volto non solo del centro, ma anche delle frazioni. Penso al pontile, al nuovo piano regolatore e al campo Fonte dell'Olmo, nato grazie soprattutto all'impegno di Orazio Di Marco. Senza dimenticare l'elettricificazione rurale che portò l'energia elettrica a 153 famiglie delle frazioni interne che vivevano ancora al buio. E poi lo sport. Con Ragnoli sindaco realizzammo il palasport di Roseto e fummo capaci di ampliarlo in soli sei mesi. Se non lo avessimo fatto, non sarebbe stato possibile giocare le partite di basket in Serie A. Erano amministrazioni guidate da socialisti che hanno lasciato segni positivissimi nella storia di questa città».
Una volta la politica si faceva nelle sezioni, oggi invece si fa sui social. Cosa si è perso?
Giovanni punta l'indice sul tavolo. «Abbiamo perso l’umanità. Nelle sezioni restavamo chiusi fino a notte fonda tra discussioni infinite e nuvole di fumo, ma quando uscivamo avevamo una linea comune mirata al bene dei cittadini. Oggi si fa tutto sui social e basta essere bravi con gli algoritmi per trovarsi in consiglio comunale senza aver mai fatto la gavetta. Io a sedici anni portavo i bigliettini porta a porta nelle campagne, affiggevo i manifesti elettorali e parlavo con la gente. Oggi vedo consiglieri che si infangano tra loro, mentre ai miei tempi, dopo lo scontro in aula, si andava a mangiare la pizza insieme. Manca il rispetto, quello vero».
Giovanni Proti, a sinistra, insieme al compianto Ezio Vannucci durante un conviviale
Parliamo di rosetanità. Esiste ancora o siamo diventati una città dormitorio?
Giovanni sospira. «La grande rosetanità si è purtroppo appannata. Anche se conta ormai ventisettemila abitanti, la città ha smarrito l’anima e i luoghi di ritrovo come il cinema-teatro Odeon». Poi tocca con estrema franchezza il tema dell'accoglienza. «Roseto è una località turistico-balneare e non la ritengo adatta a diventare un centro per migranti permanente. Non è solo una questione di vocazione cittadina». Lo sguardo si fa più severo. «L'accoglienza non può e non deve essere ridotta solo a un'occasione di guadagno per pochi, trasformando gli immigrati in una sorta di merce di scambio o in oggetto di sfruttamento. Accogliere significa pianificare con cura estrema, avendo la certezza assoluta di poter garantire a queste persone un futuro e un progetto di vita dignitoso. Senza una programmazione seria e umana, finita la pioggia di fondi, questa povera gente si ritroverà inevitabilmente sulla strada. Non possiamo permettere che l'accoglienza diventi un business che calpesta la dignità delle persone e il futuro della comunità».
Chi è stato l’avversario politico che stimavi di più?
Il tono torna nostalgico. «Ho avuto avversari di uno spessore immenso. Penso ad Arnaldo Di Giovanni per la sua cultura politica e la sua signorilità innata, anche se era un alleato politico. E poi Pio D'Ilario, un avversario ostico, intelligente, ma di una lealtà rara. Ci si scontrava duramente sui contenuti, ma il rispetto personale non veniva mai meno».
Giovanni Proti il giorno della sua prima elezione in Consiglio Comunale
C’è un "dietro le quinte" che dopo trent’anni si può finalmente raccontare?
Giovanni ride di gusto ricordando la foga di certi dibattiti che oggi sembrano preistoria. «Ricordo una riunione di giunta concitata dove volarono parole grosse e anche un pacchetto di sigarette lanciato da Lindoro Brandimarte. Il motivo del contendere era la questione di certi locali da liberare. Ci fu una discussione accesa dove Dino Di Giuseppe aveva tutte le ragioni, ma finì per pagarne lui le conseguenze. Il culmine fu quando Fernando Pancia, che era un omone grande e grosso, sollevò Dino di peso e lo spinse contro il muro. Dino finì letteralmente avvolto e nascosto dalle pesanti tende della sala giunta e non venne fuori finché il sindaco non gli garantì che la tempesta era passata. Una volta al sicuro, uscì mandando sonoramente a quel paese tutti i presenti. Si litigava forte, sì, ma si chiudeva tutto lì, con uno scontro o un "vaffa" liberatorio. Non era come oggi, che per ogni minima sciocchezza scattano subito le denunce: allora la politica era viscerale, ma il rancore personale non prendeva mai il sopravvento».
Se un ragazzo di vent’anni oggi ti dicesse "voglio candidarmi", lo incoraggeresti?
«Sì, ma i giovani dovrebbero stare meno sui social e più tra la gente, sporcandosi le mani con la realtà dei quartieri e delle frazioni. A livello amministrativo penso che Roseto abbia bisogno di maggiori risorse soprattutto per la manutenzione. Non basta realizzare le opere, bisogna saperle curare giorno dopo giorno, e per farlo servono fondi che vanno cercati e gestiti bene».
Giovanni Proti (a destra) con Casto Moretti, uniti da una profonda e fraterna amicizia troncata troppo presto dal destino
Qual è lo scenario che vedi per le elezioni dell'anno prossimo?
Giovanni alza una mano, come per invitare alla prudenza. «Ad oggi non mi sento di dire niente. Tuttavia, il mio auspicio è che si lavori per l'unità. Le forze politiche devono dialogare perché qualunque accordo venga stretto deve avere un unico obiettivo finale: il bene di Roseto. Amo questa città in modo viscerale e spero che chiunque siederà in consiglio comunale lo faccia con spirito di servizio. Roseto merita di essere amata dai rosetani, con i fatti e con il cuore».

