Il circo di carne e i tavoli bianchi: mezzogiorno alla Villa Comunale con Alex Prosperi
C’è tempo fino al 3 giugno per immergersi nell'universo visivo di Alex Prosperi, giovane artista rosetano che sta esponendo i suoi lavori presso la Villa Comunale di Roseto degli Abruzzi (in Via Nazionale 250). Una mostra che sfugge alle logiche del già visto e che colpisce per l'impatto istintivo delle sue opere, popolate da un groviglio di figure animali, mostri cromaticamente densi e suggestioni profonde.
Dopo un percorso formativo e di vita che lo ha portato lontano dall'Abruzzo, dall'Accademia di Belle Arti di Bologna fino a Berlino e Milano, Alex Prosperi è tornato nella sua Roseto, portando con sé una visione dell'arte pura, viscerale e totalmente slegata dalle dinamiche commerciali.
L'ho incontrato all'interno dello spazio espositivo per una chiacchierata senza filtri.
Era mezzogiorno spaccato quando Alex mi ha fatto fare un giro tra i pannelli, ha indicato le sue tele popolate da mostri storti e grovigli di figure, e mi ha liquidato senza troppi giri di parole: «Raccontami tu cosa vedi e cosa provi. Io non ti spiego un bel niente».
Voleva la verità senza anestesia.
E allora l'ho guardato in faccia e ho cominciato a parlare.

«Guarda, Alex, la prima cosa che ho avvertito, ed è una cosa che ti prende dritto alle viscere, è che tu con te stesso non ti dai tregua. La tua è un'autofagìa continua. Nelle tue tele ho visto un tizio che si cucina e si consuma da solo, ogni santo giorno, per il semplice e nevrotico gusto di distruggere il disegno di sè stesso perché non si piace mai.
E si capisce anche che non ti piace ciò che vedi intorno a te, questa assurda e grottesca vita/non vita.
C’è un’inquietudine che morde, un assillo costante che riduce i tuoi pensieri a bambini terrorizzati e ti lascia con un graffio nello stomaco che sa di acidità gastrica. Non c'è romanticismo qui dentro, c'è solo la cruda e dolorosa futilità di stare al buio.»
Alex rimane in silenzio. Mentre intorno i visitatori si muovono lenti dentro la Villa, guardinghi sotto la calura di mezzogiorno, lui accenna un sorriso sbiadito e mi fa cenno di continuare con la testa.
«Poi ho guardato meglio il resto della mostra», ho continuato, «e ho visto il grande circo della nostra cosiddetta civiltà. Ci sbatți dentro come un predicatore ubriaco, ma lucidissimo. Ti rendi conto che siamo diventati un branco di idioti che corrono dietro ai marchi della moda, che si anestetizzano con quattro gocce di ansiolitico e vanno a urlare allo stadio solo se si vince, mentre la babysitter cresce i figli e la TV ci ordina l'unica vera regola del millennio: non pensare. Nel tuo Colosseo ho visto la nostra società ridotta a un trambusto di carne, una catena di montaggio dove pensieri-larve si decompongono nella notte e qualcuno, dall'alto, decide con cinismo chi deve vivere e chi deve crepare solo per fare audience.»

Alex sposta lo sguardo su una delle sue tele esposte e, rompendo quel silenzio pesante, aggancia il mio discorso con la sua voce tranquilla, ma ferma:
«Vedi, per me dipingere o disegnare non è una passione. La passione è qualcosa che fai nel tempo libero. Per me è un bisogno primario, interiore, come mangiare. È l’unica cosa che so fare per esprimere quello che ho dentro e dialogare con me stesso. Se fossi capace di spiegare certe cose a parole, probabilmente non le dipingerei. C’è sicuramente un conflitto interiore, ma anche un conflitto esteriore. Io mi considero semplicemente un tramite: cammino nel mondo, mi succedono delle cose, queste fanno un giro dentro di me e poi si trasformano in pittura. C’è chi vede nell’arte una funzione puramente decorativa, per me nasconde sempre qualcosa di intimo, un bisogno profondo.»

«Eppure in mezzo a questo zoo di perversioni», gli ho ribattuto, stringendo il cerchio, «ti dico la verità: ho provato una fottuta compassione per quel bambino che, mentre tutti gli altri tiravano calci a un pallone sognando la gloria, se ne stava da solo a scarabocchiare su un tavolo bianco. Ho sentito il peso di quel compromesso bastardo che prima o poi tocca a tutti, diventare un po' meno onesti, un po' più cinici, solo per mimetizzarsi con la massa, per essere "più voi". È la cronaca di una resa o di un'infiltrazione?»

Alex fa un piccolo scatto con la testa, come se avessi toccato un nervo scoperto, ma rilancia subito, lo sguardo fisso sulle sue bestie:
«Mi affascina la figura animale fin da bambino. Disegno gli animali perché mi diverte farlo, anche se poi li rappresento tutti storti e strani. Mi piace la dimensione della "bestia". In fondo, anche noi esseri umani siamo bestie, solo un po' più evolute, anche se spesso dimentichiamo di fare parte dello stesso identico regno animale. Ci crediamo in cima alla catena alimentare solo perché abbiamo eliminato i nostri predatori, finendo per predarci l'un l'altro. Per esprimermi uso quello che ho a disposizione. Prediligo acrilico e pennarelli, perché sono immediati, veloci e assecondano il mio istinto. Non dipingo pensando a chi vendere un quadro per fare soldi, preferisco fare un lavoro normale per mantenermi e salvaguardare la mia creatività. Viviamo in una società dall'individualismo sfrenato dove scambiamo il nostro tempo e la nostra vita per la sopravvivenza o per comprare cose inutili. C’è qualcosa che non va in questo sistema. Se una persona entra qui, guarda un mio quadro e mi dice "mi hai fatto pensare", io ho già vinto.»

«E allora hai vinto, Alex», ho concluso. «Perché la sensazione che ti resta addosso camminando qui dentro è proprio un misto di claustrofobia e macabra ilarità. Ho capito perché non spieghi un bel niente: sai bene che non c'è niente da spiegare. Ci mostri l'umanità che corre terrorizzata da un coccodrillo immaginario, che si barrica dietro i bonus edilizi e i conti in banca, e che davanti alla bomba atomica, l'unica vera livellatrice democratica rimasta, decide che la mossa migliore è accumulare missili, dare la colpa al vicino di casa e augurarsi "buongiorno" di sera. Il tuo è un teatrino grottesco, disperato e splendidamente spietato. Ci lasci specchiare nella nostra stessa miseria e te ne lavi le mani.»
Alex mi fissa per qualche secondo con gli occhi stretti, dandomi l'impressione di voler ribattere qualcosa sull'onestà o forse sul sistema. Poi, invece, mi dà una pacca secca sulla spalla e taglia corto:
«Andiamo a bere una cosa.»

Artista: Alex Prosperi
Sede: Villa Comunale di Roseto degli Abruzzi
(Via Nazionale 250)
Date: dal 23 maggio al 3 giugno
Orari: mattina 10:00 - 12:00 | pomeriggio 16:00 - 20:00
Facebook: https://www.facebook.com/prosperialex/
Instagram: https://www.instagram.com/alex.prosperi/

