Gennaio a Roseto
Una storia di silenzi, mare d’inverno e seconde possibilità.
Erano arrivati il venerdì sera, quando il mare d’inverno prende quel colore che sta tra il grigio e il niente.
Laura aveva scelto una camera che dava proprio su quel mare.
«È carino qui...», disse Marco, e quella frase restò sospesa nell’aria, come tutte le parole che si dicono quando non si sa cosa dire.
Si cambiarono con la solita coreografia silenziosa che avevano perfezionato negli anni.
Lui guardava pensieroso il telefono.
Lei sistemava le cose nel bagno con un ordine quasi maniacale che, da qualche tempo, a Marco sembrava il segno di qualcosa che gli sfuggiva.
«Andiamo a mangiare?»
«Se vuoi.»
Il ristorante aveva luci al neon che trasformavano i volti in maschere stanche.
Il cameriere portò i menu con l’entusiasmo di chi aveva visto poche persone quel giorno.
Ordinarono entrambi il brodetto, come se quella simmetria potesse colmare la distanza tra loro.
«Com’è andata la settimana?»
«La solita.»
Laura guardò fuori.
Il lungomare era una linea di lampioni che si perdeva nel buio.
«Ti ricordi quando venivamo qui d’estate?»
Marco annuì. «Dodici anni fa. Forse tredici.»
«La pensione con il condizionatore rotto.»
«E io dicevo pure che era romantico.»
Laura sorrise appena.
Il vino arrivò.
I bicchieri si toccarono con un suono fragile.
«Perché siamo qui?», chiese Marco.
Laura fece girare il bicchiere. «Avevo voglia di mare.»
«Con me?»
«Con te.»
Il brodetto arrivò.
Iniziarono a mangiare in silenzio.
«Perché dici che non ti guardo mai quando rientro a casa? Io ti guardo», disse Marco.
«Sì… guardi», disse Laura. «Ma non vedi.»
«Quando è stata l’ultima volta che mi hai chiesto davvero come stavo?»
Marco non rispose subito.
«E tu?», disse a un tratto. «Quando ti sei accorta che anche io sto annegando?»
Il cameriere passò, vide i piatti quasi pieni, non disse niente.
«Forse avremmo dovuto venire in estate», disse Marco.
Laura abbozzò una smorfia. «Forse.»
In camera Marco si sdraiò vestito, guardando una macchia d’umidità sul soffitto.
«Dormi?»
«No.»
Laura si sdraiò dall’altra parte del letto.
Tra loro restava uno spazio più grande del letto stesso.
«Quando abbiamo smesso di volerci bene?»
Marco fissò la macchia. «Non credo che abbiamo smesso. È che ci vogliamo bene male.»
«Possiamo reimparare?»
Marco la guardò. «Non lo so, ma possiamo provarci.»
Le loro mani si trovarono nel buio.
Fuori, il mare continuava a cantare la sua canzone.
La mattina li svegliò presto.
Camminarono sul lungomare.
Il vento da nord-est entrava nelle ossa.
Un uomo anziano lanciava una palla a un cane sulla spiaggia.
Il cane correva e tornava, correva e tornava.
«Beati loro», disse Marco.
«Già.»
Al bar ordinarono due caffè e due cornetti.
«Domani si riparte.»
«Magari la prossima volta restiamo di più.»
«La prossima volta?»
«Se vuoi.»
«Voglio.»
Camminavano di nuovo sul lungomare quando Laura disse: «Non si torna mai davvero indietro.»
«No.»
«Ma forse si può andare avanti diversamente.»
Marco le prese la mano.
Laura si fermò, poi gli appoggiò la testa sulla spalla.
Marco annusò i suoi capelli, li sfiorò con un bacio e la strinse a sé in un caldo abbraccio.

