Il canestro delle 21:47
Un canestro allo scadere, una lezione per sempre. La storia di Alex, che a quindici anni scopre il vero significato del coraggio in una finale di basket al'Arena Quattro Palme di Roseto.
Alex aveva quindici anni e quella voce dentro che gli diceva sempre: «Non ce la farai mai!»
Era l’ultimo giorno del torneo estivo di basket, al playground vicino al mare.
Gradinate gremite in una calda serata di luglio.
La sua squadra era arrivata in finale quasi per caso.
Lui era il più basso, il meno tecnico, quello che partiva sempre dalla panchina.
«Alex, stai tranquillo. Gioca come sai fare tu.»
Suo padre era in prima fila.
Non gli diceva mai «sei forte», ma c’era sempre.
Accanto a lui il nonno, ottantadue anni, mani intrecciate sulle ginocchia e occhi che brillavano come quelli di un bambino.
«Ricordati, il basket non si gioca con le gambe, si gioca con la testa e con il cuore.»
Alex annuì, il cuore gli batteva già troppo forte.
La partita iniziò male, gli avversari erano più alti e più esperti.
A metà secondo tempo erano sotto di dodici punti.
«È finita», pensò Alex.
In quel preciso istante Lorenzo, il suo migliore amico, gli passò la palla.
«Alex! Tira! Smettila di avere paura!»
Alex tirò.
La palla entrò.
Suo padre si alzò in piedi.
Il nonno batté le mani una sola volta, forte.
Da quel momento qualcosa cambiò.
Alex iniziò a giocare con una fiducia nuova.
Rubò due palloni.
Fece un assist perfetto.
Segnò ancora.
La sua squadra recuperò punto su punto.
A trenta secondi dalla fine erano sotto di due.
Errore al tiro degli avversari.
Rimbalzo.
Soltanto una manciata di secondi da giocare.
Lorenzo penetrò e scaricò ancora ad Alex, libero oltre l’arco dei tre punti.
Il tempo sembrò fermarsi.
Alex guardò il canestro.
Poi, per un istante, suo padre e suo nonno.
Tirò.
La palla disegnò la sua parabola perfetta.
Canestro.
Ore 21:47.
Il pubblico esplose, avevano vinto.
Lorenzo gli saltò addosso urlando di gioia.
I compagni lo sommersero.
Quella sera, in macchina, con il trofeo di plastica dorata sul sedile posteriore, suo padre gli disse: «Non mi ha colpito il canestro finale, ma il fatto che tu abbia continuato a giocare anche quando sembrava finita.»
Alex guardò il lungomare illuminato dai lampioni, emozionato.
«Avevo paura di non farcela», disse piano.
«Lo so, ma hai tirato ugualmente.»
Il nonno, seduto davanti, si voltò verso di lui: «Ricordati questa giornata, non per il canestro, ma perché hai imparato che la paura non va via. Ci giochi insieme e, con un pizzico di fortuna, vinci lo stesso.»
Quella notte dormì ancora con la sua canotta numero sette addosso, il trofeo accanto a lui sul comodino.
Anni dopo, quando avrebbe smesso di giocare a basket, quando si sarebbe dimenticato il punteggio e persino il nome di alcuni compagni di squadra, Alex avrebbe ancora ricordato quella serata magica.
Le mani che sudavano.
La voce di Lorenzo.
Il nonno che batteva le mani una sola volta.
Suo padre che piangeva di gioia.
E quella palla che volava nell’aria mentre il tempo si fermava.
Ogni volta che la vita gli avrebbe chiesto di tirare, Alex avrebbe chiuso gli occhi e sarebbe tornato a quel playground.
Alle 21:47 di quella indimenticabile serata estiva.
Quando aveva scoperto che il coraggio non è l’assenza di paura.
È tirare a canestro nonostante la paura.

